10: Cina

Quello che segue è il testo del decimo capitolo del libro Pedalando verso Oriente, che è liberamente scaricabile.

Qui puoi scaricare la versione pdf di questo capitolo, con immagini.

La Cina dell’Ovest
Saluto i camionisti kazaki con cui ho passato l’ultima sera in Asia Centrale e pedalo verso il confine. La guardia mi informa che sono il primo della giornata. Dopo qualche chilometro in terra di nessuno lungo una strada recintata e con telecamere ogni cinquanta metri finalmente appare, un puntino rosso in mezzo ad una serie di palazzoni, la bandiera cinese che aspetto di vedere da giorni. Tutto mi sembra così surreale; immediatamente dopo la frontiera sono assalito da gente che vuole cambiare soldi, si aggrappano letteralmente alla bici come bambini. Davanti a me si apre uno stradone, circondato da imponenti palazzi e attraversato da ogni tipo di mezzi di trasporto, da tricicli motorizzati a motorini elettrici, che si infilano letteralmente ovunque, stradone che sostituisce la tranquilla strada in mezzo alla steppa che mi aveva accompagnato lungo i miei quattro giorni in Kazakistan.
Il mio primo pasto cinese è un buonissimo misto di funghi e carne, accompagnati da un pane strano e un nuovo tipo di tè. E le bacchette. Mi ci vorrà una settimana buona ad abituarmi a mangiare con le bacchette e i primi pasti, lagman o noodle cucinati in diversi modi, sembrano eterni, tra verdure che finiscono ovunque e sguardi divertiti della gente, che scatta continuamente foto allo straniero arrivato in bici che non sa usare le bacchette. La strada scorre in mezzo a una serie ininterrotta di campi coltivati e a sera inizio a temere di non trovare un posto dove campeggiare. Mi dirigo lungo delle stradine che passano attraverso campi e case e, dopo una lunga ricerca e quando sto oramai per perdere le speranze, trovo uno spiazzo libero da coltivazioni vicino ad una casa. Vedo una donna che sta cucinando qualcosa nel cortile, vorrei chiedere il permesso di piantare la tenda, ma non ho idea di come iniziare il discorso, o che lingua parlare. Alla fine mi avvicino e, un po’ timidamente, pronuncio la parola ‘Çadır’ – che vuol dire tenda in turco e kazako – indicando lo spiazzo lì a fianco. La signora, quasi senza smettere di cucinare, fa un sorriso divertito e come se fosse la cosa più naturale del mondo dice che va bene.
Il pomeriggio successivo arrivo in un villaggio piuttosto grande non segnalato sulla mia cartina. È l’ora dell’uscita dalle scuole e le strade sono piene di ragazzi vivaci che tornano a casa. Uno di loro conosce un po’ di inglese e, intimidito, mi aiuta ad ordinare un gelato. Riprendo a pedalare e presto vengo affiancato e scortato da un gruppo di ragazzi in bicicletta che vuole fare pratica di inglese. Hanno un inglese un po’ formale, ma conoscono molte parole e riusciamo a comunicare: l’ostacolo maggiore è la timidezza di alcuni. Una ragazza particolarmente estroversa ed attiva mi invita a far visita al loro villaggio. Giriamo per una stradina lungo i campi e, dopo un po’, appare un gruppo di case basse: siamo arrivati. Spuntano altri bambini, la ragazza che mi ha invitato scompare e torna poco dopo insieme ad un adulto disabile che parla un inglese quasi perfetto. Racconta di aver studiato ingegneria a Pechino, dove ha poi lavorato per una ditta svizzera – una cosa che ripete con orgoglio. Dopo sei mesi ha dovuto smettere per via della sua disabilità: aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse nella vita di tutti i giorni e non poteva più vivere da solo. È dunque tornato qui, nel villaggio dove vivono i suoi genitori – “ho bisogno di loro”. Aggiunge che il villaggio gli piace, indica dei cavi e dice che arriva internet e si può informare su quello che succede nel mondo. Conclude dicendo che però non si allontana mai troppo da casa e che gli ha fatto piacere parlare un po’ di inglese con me. A me piacerebbe restare in questo villaggio per la notte, ma sento che non è il caso e riparto, piantando la tenda pochi chilometri dopo, in un angolo tranquillo non lontano da un fiume.

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So che ci sarà, e so che sarà lungo – lo sto aspettando da tempo – ma non so esattamente quando inizi il famoso deserto del Taklamakan. Inaspettatamente appaiono delle montagne, due passi sopra i 3000 m, con una salita bellissima, tornanti in mezzo al verde lungo un fiume blu, una novità rispetto al colorito marrone scuro dei fiumi cinesi. Lungo la salita appaiono di nuovo yurte, altre le stanno smontando per l’inverno e vengo più volte fermato da cinesi che vogliono farmi una foto e mi regalano del pane naan o della frutta. Un signore di Pechino dice, offrendomi un pezzo di anguria e sorridendo, che il Xinjiang – la regione dove sto viaggiando che occupa l’Ovest della Cina – è famosa per la sua frutta. Omette che è famosa anche, e soprattutto, per gli uiguri, un popolo musulmano di etnia turca, che parla una lingua simile al turco, ma usa l’alfabeto arabo; un’ultima estensione di Asia Centrale prima della Cina vera e propria. Omissione non da poco se si considera che Uiguri e cinesi Han non sono proprio in rapporti amichevoli, con il governo cinese che cerca, neanche troppo velatamente, di cancellare la storia e la cultura degli Uiguri, usando la forza, se necessario.
Pranzo in compagnia di alcuni ragazzi di Korla che parlano inglese, una benvenuta novità anche perché ordinano loro e questo significa che, per la prima volta, capisco quello che mangio invece di indicare il piatto della persona più vicina a me o mostrare una fotografia che mi porto sempre dietro di un piatto di lagman.
Kasghar, centro storico Uiguro e della Via della Seta più in generale, si trova all’estremità Ovest della Cina. È famosa per il suo mercato e la sua città vecchia lentamente distrutta e assorbita da grattacieli e altri edifici moderni costruiti per volere del governo cinese. Dopo Kasghar la famosa Via della Seta si biforca e le due vie passano una a Nord ed una a Sud del Taklamakan per poi ricongiungersi prima di Xi’an, dove la Via della Seta finisce.
Scelgo un percorso molto più a Nord di Kasghar e, dopo un passo a 3000 m arrivo ad un bivio: a Nord Urumqi – la capitale del Xinjiang e la città più lontana da qualsiasi mare – e la parte Nord della Via della Seta; a Sud una strada che sembra costeggiare il fiume Tarim e che attraversa il deserto del Taklamakan per oltre 400 chilometri, per poi raggiungere la parte Sud della Via della Seta. Mi dirigo verso Sud e presto appaiono le prime dune, ma il fiume rende il deserto meno arido. Ogni tanto si intravedono addirittura delle coltivazioni: sto attraversando il cosiddetto ‘Corridoio Verde’, una striscia di terra che, grazie alla presenza del fiume, interrompe per pochi chilometri il deserto.
A parlarmi del Corridoio Verde sono alcuni lavoratori che vivono in una casa vicino ad un villaggio, il cui compito è quello di aumentare il flusso d’acqua del fiume, diminuito dopo la costruzione di una diga. Una richiesta per un po’ d’acqua al tramonto si tramuta in fretta in un invito a cena e a rimanere per la notte. Sono Uiguri e due di loro parlano un inglese accettabile, ma non si ricordano come dire diga. Vanno allora a cercare il film Animal Kingdom sul computer e mi mostrano la scena finale, in cui gli animali abbattono una diga dicendo che è per questo che non c’è acqua nel fiume; per me resta un bellissimo esempio di come sia possibile superare le barriere linguistiche se lo si vuole realmente. Riparto dopo una tipica colazione uigura: tè, mischiato con latte e naan, pomodori, peperoni e cipolle.
Verso sera mi ritrovo in una stradina senza traffico, con il vento – una costante assoluta in tutto il Taklamakan – che ha trasportato la sabbia lungo la strada; attraverso una serie di dune bellissime, campeggiando in un posto avvolto da un silenzio quasi irreale. Arrivo di mattina presto nel villaggio di Milan, dove il Corridoio Verde incrocia la parte Sud di quella che era la Via della Seta, e, per la prima volta da quando sono entrato in Cina, non riesco più a trovare il naan – il pane tipico degli Uiguri – segno che il Xinjiang sta per finire. Entro in un negozio e, al momento di pagare, nelle mie tasche non trovo più il portafoglio. Lo comunico a gesti alle commesse, le quali non si scompongono e mi indicano delle telecamere sul soffitto. Ci mettiamo a vedere le immagini registrate in cui ci sono io che cammino per il negozio, con il portafoglio che pende stupidamente fuori dalla tasca dei pantaloni. Un istante prima di andare alla cassa il portafoglio cade per terra. Una signora, entrata nel negozio proprio nello stesso istante, osserva la traiettoria del portafoglio mentre cade, lo raccoglie, se lo infila in borsa e continua a fare la spesa. Attraverso un’altra telecamera riescono a riconoscere la faccia della signora, si alza qualche risolino, poi fanno un paio di telefonate e infine mi indicano uno sgabello fuori dal negozio in cui aspettare. Nell’attesa inizio a pensare a cosa contiene il mio portafoglio e realizzo che, anche se non riuscissi a ritrovarlo, non sarebbe un danno particolare – ho infatti una copia di tutte le cose importanti e i soldi equamente distribuiti tra tutte le borse. Ma dopo un po’ arriva una signora – non riesco a capire se sia la stessa del video o meno – che mi porge un sacchetto di plastica in cui ci sono il portafoglio e, un po’ sparse, tutte le cose che conteneva. Dopo aver sentito che non manca nulla torna al suo motorino e riparte. Posso finalmente ripartire, arrabbiato principalmente con me stesso per aver perso così tanto tempo. Mi restano infatti solo tredici giorni per arrivare a Xining, la prima città dove posso rinnovare il visto, che si trova 1500 chilometri più a Est. Raggiungo l’incrocio con la parte Sud della Via della Seta, rinominata in maniera molto poco romantica strada statale G315, e vengo immediatamente investito da un feroce vento contrario, che mi rallenta enormemente. Dopo un paio di chilometri che sembrano non finire mai, in cui faccio fatica a tenere la bici dritta e con la sabbia sollevata dal vento che mi investe continuamente capisco che non è sicuro proseguire. Nonostante manchino così tanti chilometri a Xining decido di tornare indietro. Mangio in un ristorante lungo la strada dove chiedo anche di piantare la tenda per la notte, sperando in una maggiore protezione dal vento. Utilizzo questo tempo per lavare i vestiti che indosso da ormai una decina di giorni e chiedo un catino e dell’acqua. Una volta finito la proprietaria del ristorante mi porta una bottiglia di shampoo, dell’acqua calda e indica i miei capelli. Un po’ imbarazzato mi lavo anche quelli nella stesso catino, con alcune persone che intanto si sono avvicinate per guardarmi incuriosite.
Il giorno dopo il vento non è diminuito, ma devo comunque riprendere la mia marcia verso Est. La strada è perfettamente asfaltata, il traffico, molto leggero, è prevalentemente composto da camion giganteschi che trasportano di tutto. Le rare macchine che passano ogni tanto si fermano per farmi una foto o per regalarmi acqua e cibo. Un camionista uiguro, evidentemente impietosito dalla patetica figura di un ciclista che avanza oscillando in mezzo a questo nulla battuto dal vento si ferma e mi offre un passaggio, che rifiuto orgogliosamente. Io gli offro dei biscotti per ringraziarlo, ma lui li rifiuta sdegnato facendomi capire che non mangia prodotti cinesi. Il vento del Taklamakan è persino peggiore di quanto immaginassi: avanzo con la faccia coperta, la sabbia sollevata dal vento riduce la visibilità, procedo lentissimo, mangiando sabbia e faticando a volte a tenere la bici in piedi. Dopo 70 chilometri, percorsi in oltre nove ore, spunta un ristorante a bordo strada – la prima struttura che incontro in tutta la giornata. Mi fermo per cena e pianto la tenda lì fuori, con il vento che intanto è calato. Al mattino il vento sembra essere scomparso e appaiono in lontananza delle montagne, dietro alle quali sta sorgendo il sole. Mi illudo che il deserto stia per finire e, dopo una lunghissima salita con un leggero vento a favore, pianto la tenda ad oltre 3000 m di altitudine, felice al pensiero di essermi lasciato il deserto alle spalle. In realtà – ma non l’ho ancora capito – devo affrontare la parte più arida e desolata; nei successivi 800 chilometri attraverso solo cinque villaggi, composti da qualche casa e nulla più.
Mi trovo in un altipiano a 3000 m di altitudine nella regione del Qinghai e le giornate, come il paesaggio, si somigliano un po’ tutte tra loro. Sveglia prima dell’alba, colazione al buio per iniziare a pedalare con il sole che sorge – me lo trovo dritto in faccia e mi scalda durante le prime ora della giornata – un pranzo veloce a base di instant noodle. Poi riprendo a pedalare sino al tramonto, quando inizia a fare di nuovo fresco, e mi metto a cercare un posto riparato dal vento per piantare la tenda nella sabbia.
Nel deserto, e questa è una caratteristica che lo rende particolarmente attraente, ogni cosa che accade, anche la più piccola o insignificante, assume un significato speciale: qualcuno che si ferma per parlare o per darmi acqua e cibo, una banale conversazione in inglese dopo due giorni che non parlo con nessuno o la sosta in un villaggio ad ora di pranzo. Ad un certo punto appare addirittura un ciclista che va nell’altra direzione, un evento assolutamente normale in Asia Centrale, qualcosa di cui festeggiare in mezzo a questo nulla, e iniziamo a salutarci da lontano. Ma purtroppo è cinese, non parla inglese e riparte quasi subito. Per quanto possa sembrare un evento insignificante, la sensazione più bella in assoluto di questi giorni è stata data dal trovare, dopo 60 chilometri di assoluto nulla ed esattamente al tramonto, una casa abbandonata in cui passare la notte, specialmente perché pensavo ancora con orrore alla notte precedente – una notte insonne a causa di un vento feroce e la costante preoccupazione che la tenda si rompesse, sotto la pioggia e trovando la tenda mezza allagata al mattino. Preparando la cena dentro casa, anche questa sempre uguale – riso o lenticchie con uno spicchio d’aglio e qualche mela secca; biscotti comprati in stazioni di servizio o ricevuti in regalo per dessert – ed ascoltando il vento e la pioggia fuori, provo una sensazione bellissima. La casa, trovata proprio in questo momento, psicologicamente uno dei più difficili della traversata, mi sembra essere un autentico regalo del deserto. Quando esco al mattino è ancora buio, ma il cielo è ricoperto di stelle e capisco che il brutto tempo è finalmente finito.
Una delle sere successive, campeggiando, vedo alcuni piccoli cespugli secchi che spuntano dalla sabbia, il primo segno di vegetazione dopo diversi giorni. La strada si trasforma in uno stradone e ad un casello ho paura che non mi facciano entrare, ma l’unica cosa che mi viene detta dal casellante è che il prossimo insediamento si trova ad oltre 100 chilometri. E poi, dopo un’altra salita, il deserto finisce, questa volta per davvero. In fondo alla discesa appaiono campi coltivati, canali di irrigazione ed alberi; capisco che non è più necessario portarsi dietro oltre dieci litri d’acqua. La transizione però non è netta, per un paio di giorni continua a non esserci molto, ma i villaggi aumentano, erba e piccoli cespugli iniziano lentamente a sostituire la sabbia.
Le montagne si fanno più verdi e fanno anche la loro comparsa i primi segni di cultura tibetana. Nel villaggio di Wulan incontro per la prima volta due monaci buddhisti: camminano sorridenti per strada, giocando con il loro smartphone. Sono diretto al lago di Qinghai, il più grande lago cinese, che si trova a 3200 m di altitudine, famoso tra i ciclisti in Cina per via del Giro del Lago Qinghai. C’è un’ultima salita prima di arrivarci, ho un forte vento favorevole e ci sono molti fuoristrada con turisti. Incontro anche due ciclisti cinesi arrivati sin qua da Shanghai e diretti verso Lhasa – nel cuore del Tibet – un luogo a me precluso perché vietato agli stranieri in viaggio da soli. Campeggio lungo le sponde del lago Qinghai, dove compaiono anche i primi yak e i pastori tibetani.
Da qui è quasi tutta discesa sino a Xining. Mi fermo nella piazza di un villaggio lungo la strada ad assistere alla sgozzatura di uno yak da parte di diversi uomini e poi trovo dove passare la notte in una casa in costruzione vicino ad un incrocio particolarmente rumoroso. Una famiglia cinese che abita lì a fianco mi invita per cena. È la prima volta che sono invitato dentro casa da quando sono in Cina. È una famiglia simpatica e curiosa, con una ragazza che parla un po’ inglese, ma parliamo principalmente attraverso un mio frasario e a gesti. Poi vado a dormire ed è la notte più calda da quando sono entrato in Qinghai.
La mattina seguente, dopo un mese passato tra bici e tenda, entro trionfalmente a Xining, un giorno in anticipo rispetto a quanto stabilito. L’ostello si trova al quindicesimo piano di un immenso grattacielo. Dopo oltre 20 giorni mi faccio una doccia e poi crollo a letto per tutto il pomeriggio. Al risveglio scopro che condivido la stanza con François, un ciclista francese che ha appena attraversato il deserto anche lui. Il giorno successivo arriva Pol, che avevo incontrato a Bishkek e che ha anche lui appena finito di attraversare il deserto, prendendo un bus solo per gli ultimi chilometri. Xining è una città di due milioni di abitanti, composta per un terzo da cinesi, un terzo da tibetani e un terzo da hui – una etnia cinese a prevalenza musulmana – il luogo perfetto per riposarmi e mangiare per qualche giorno, due cose che mi riusciranno particolarmente bene anche grazie alla compagna di Pol e François.

Le pendici dell’altopiano tibetano
Riprendo a pedalare il primo Ottobre, il giorno della festa nazionale cinese, ma in centro non si vede traccia dei tanto annunciati festeggiamenti. Chengdu si trova un migliaio di chilometri più a Sud ed è la mia prossima destinazione. Se l’ingresso in Tibet è vietato ai viaggiatori indipendenti, l’area dove sono diretto, tra il Sud del Qinghai, il Gansu e il Nord del Sichuan, sembra offrire una valida alternativa. Questa regione si trova infatti alle pendici dell’altopiano tibetano e le altitudini sono spesso ben al di sopra dei 3000 m. Dopo la corsa attraverso il deserto voglio tornare a dei ritmi più tranquilli, a godermi il viaggio lento e le lunghe pause: questa regione, avvolta da verdi montagne, addormentati villaggi, yak e greggi di pecore a bordo strada è il posto ideale per la pace e tranquillità che cerco.
La mia prima tappa è Youning Si, un piccolo monastero tibetano tra le montagne, non lontano da Xining. Arrivarci, tra strade poco trafficate, saliscendi e villaggi nascosti, vale da solo la pena. Dopo una breve salita raggiungo il monastero, dove un gruppo di giovani monaci sorride alla vista della mia bici stracarica. Cammino attraverso i vari templi: in quasi ognuno di essi si trova una statua dorata di Buddha ed ogni tanto appaiono foto del Dalai Lama. Ci sono dei turisti cinesi in visita, alcuni pellegrini tibetani e dei monaci. Il monastero si estende lungo la montagna e dall’alto si possono vedere i tetti dorati dei templi più in basso. Purtroppo non capisco il simbolismo, il significato delle decorazioni nelle stanze, i gesti delle persone che pregano e le offerte di denaro, frutta e altri oggetti che vengono lasciate solo in alcune stanze.
Il giorno successivo la strada sale, in maniera dolce ma costante, ed in cima è un trionfo di colorate bandiere tibetane. Decido di campeggiare dietro ad un villaggio a prevalenza hui lungo il fiume Giallo, in un posto che sembra essere abbastanza lontano dalla rumorosa strada principale. C’è una moschea in costruzione e mentre pianto la tenda dei bambini da una casa vicino vengono ad aiutarmi. Al mattino la tenda è completamente bagnata a causa dell’umidità e, mentre aspetto che il sole la asciughi, arrivano altri bambini accompagnati da delle donne hui, facilmente riconoscibili grazie al loro tipico copricapo, che mi portano una colazione a base di patate, pane e tè e poi restano a guardare incuriositi mentre faccio le borse e le carico sulla bici.
Lungo il ponte che attraversa il Fiume Giallo vengo affiancato da una bicicletta: è Marco, un ciclista tedesco che, partito poco dopo di me da Xining, è diretto anche lui verso Sud. Pedaliamo assieme lungo la strada che porta a Rebgong dove però ci separiamo: lui va alla ricerca di un albergo, io di un posto dove piantare la tenda. Vengo invitato da una famiglia tibetana a passare la notte nel loro giardino. Mi invitano dentro casa per cena e mentre mangiamo dei noodle immersi in un brodo denso iniziamo una difficile conversazione. In casa vive una coppia attorno ai 30 anni con due bambini piccoli ed un’altra coppia di anziani. Appeso al muro del soggiorno si trova un poster che copre tutta la parete e che mostra il palazzo del Potala a Lhasa. Lo indico e l’uomo più giovane mi spiega che a 15 anni ha camminato con un amico sino a Lhasa, in una sorta di pellegrinaggio di cui va molto orgoglioso. Il mattino dopo sperimento quella che sembra essere una vera e propria colazione tibetana: nutrienti e gustose polpette di burro di yak. Vengono preparate sul momento, mischiando in una tazza burro di yak e acqua calda e gettandoci sopra un po’ di pane. Quando l’acqua ha assorbito la maggior parte del grasso ci si versa sopra della polvere – una specie di farina – poi si butta via l’acqua rimasta e da questo impasto si preparano le polpette.
Riprendo la bicicletta e torno a Rebgong per vedere il monastero della città. È più grande e più animato di Youning Si: ci sono molte più persone che pregano, si prostrano di fronte alle statue e fanno girare le ruote della preghiera. Anche il villaggio è pieno di vita: bancarelle di pane, frutta e verdura, piccole macellerie con la carne appesa ai ganci che pendono dal soffitto e rumorosi ristoranti. Pranzo in uno di questi e poi proseguo, senza alcuna fretta, in direzione di Labrang, dove si trova un altro importante monastero.
La strada è sempre più tranquilla: è qui che inizio a sperimentare la vera quiete delle montagne. Il numero dei villaggi diminuisce e io procedo tra greggi di pecore e pastori che si muovono sulle loro motociclette. Tra un tornante e l’altro arrivo ad un passo a 3600 metri di altitudine. L’acqua dei fiumi torna ad essere blu e anche il cielo diventa di un blu sempre più intenso. I segni della cultura tibetana si vedono ovunque: i lineamenti nella faccia delle persone, gli addobbi delle motociclette dei pastori, gli immancabili templi in ogni villaggio che attraverso e gli yak lungo la strada.
Manca poco a Labrang, ma verso sera la strada inizia a salire e allora prendo una stradina sterrata e pianto la tenda poco lontano, tra verdi montagne. È un posto bellissimo, ogni tanto passa qualche moto di pastori che si dirigono verso un villaggio non lontano, ma che non posso vedere perché coperto da alcune montagne. Appena il sole tramonta la temperatura inizia a scendere. È un freddo secco, piacevole, che però preannuncia una notte gelida. Di notte il termometro segna infatti meno dieci gradi e al mattino è quasi tutto ghiacciato. Aspetto che spunti il sole prima di partire e inizio la salita ancora infreddolito dalla notte appena trascorsa. Dopo un paio d’ore arrivo a Labrang, dove ritrovo Marco. Decidiamo di fermarci in un ostello per la notte, prima di ripartire insieme il giorno successivo.
Io e Marco abbiamo stili di viaggio diversi – lui viaggia leggero e preferisce dormire in albergo – e io sono una decina d’anni più giovane. Ha un carattere freddo e condivide meno rispetto alle persone con cui ho viaggiato in precedenza; con lui non riesco a stabilire lo stesso sentimento di complicità che si era sviluppato con Guillaume o con François e Pol. Ma, grazie anche alla mancanza di insediamenti, si adegua comunque ai miei ritmi e passiamo delle belle serate in tenda.
Entriamo insieme nella provincia del Sichuan – la mia quarta regione cinese dopo Xinjiang, Qinghai e un pezzetto di Gansu – sotto uno splendido sole ed un cielo blu. Attraversiamo una valle verde, punteggiata da tende tibetane e da animali, che sembra non finire mai. Il sole inizia a tramontare, chiediamo il permesso di campeggiare, piantiamo le nostre tende e prepariamo la cena. I pastori attorno a noi portano i loro numerosi greggi di yak e pecore dentro i recinti per la notte, alcuni cani grossi e minacciosi ci girano un po’ attorno, ma si limitano ad abbaiarci contro. Inizia a fare buio, si vedono le enormi sagome degli yak raggruppati nei loro recinti ed il cielo si riempie lentamente di stelle.
Dopo una sosta per pranzare a Zoige, in cui riparo l’ennesimo raggio rotto della mia ruota posteriore, abbandoniamo la strada principale – la G213 – per imboccare una stradina secondaria, che compare come una linea piccola piccola solo in una mia mappa cinese. Sembra essere un susseguirsi di curve e tornanti – tipico segnale di una via in forte pendenza – ma non sappiamo realmente cosa aspettarci. Imboccando questa strada provo la sensazione, che ormai conosco bene, di quando si abbandona qualcosa di noto e familiare per qualcos’altro di incerto. Un po’ come quando in Turchia, poco dopo Istanbul, sono apparsi i grandi spazi vuoti per la prima volta, o in Iran, quando mi avventuravo in remote stradine dai paesaggi mozzafiato, cercando di fuggire dal traffico.
Dopo qualche chilometro appare la prima sorpresa: incontriamo Huang, un ciclista cinese che parla un po’ di inglese. Sembra aver girato per tutta la Cina, ha un quaderno strappato e pieno di appunti, schizzi, indirizzi. Ci dice che la strada scende molto, per poi risalire velocemente sino a 4000 metri. Si ferma a parlare con alcune persone e poco dopo io e Marco iniziamo effettivamente una lunga discesa, piena di curve e con un asfalto un po’ sconnesso. Marco, con una bici leggera ed ammortizzata ed una passione per la mountain bike, parte subito velocissimo. Io sono più titubante e penso che ogni metro che scendiamo oggi dovremmo poi recuperarlo il giorno successivo per raggiungere questo passo a 4000 metri. La discesa continua, scendiamo sotto la linea dove appaiono gli alberi e ci troviamo a pedalare attraverso una fresca foresta. La valle verde tra le montagne dove abbiamo dormito solo ieri sembra già essere un ricordo lontano. Anche gli yak sono scomparsi – siamo oramai ampiamente sotto i 3000 metri – per lasciare spazio a mucche e maiali. Dormiamo in mezzo a questi alberi e l’atmosfera sembra quasi opprimente dopo gli ultimi giorni in cui ci eravamo abituati ai grandi spazi aperti, dove le valli verdi si mischiavano direttamente con il cielo blu all’orizzonte. Non fa più freddo e possiamo cenare senza problemi fuori dalle nostre tende. Marco osserva che la presenza di questi alberi così verdi e così fitti gli ricorda un po’ la Germania. Poi mi racconta del suo lavoro a casa: durante l’università aveva fondato una azienda di web marketing insieme ad un amico. Dopo oltre dieci anni questa azienda aveva oltre cento dipendenti e una piccola filiale ad Hong Kong. Ma qualche mese fa Marco ha deciso di vendere la sua parte dell’azienda al suo amico-socio e di mettersi in viaggio. Mentre smontiamo le tende veniamo raggiunti nuovamente da Huang che, grazie al fatto che parla cinese, ha trovato da dormire nella scuola di un villaggio poco lontano. Tira fuori un pentolone dalle sue borse e, con un po’ di rami, accende un fuoco e prepara una colazione a base di patate per tutti e tre.
Poco dopo riprendiamo a salire, avvolti dal fresco degli alberi. Passano talmente poche macchine che non capisco il senso di una strada asfaltata, anche considerando la totale assenza di villaggi. È una salita lunghissima e presto non ci sono più alberi attorno a noi. Poco prima della cima l’asfalto finisce e proseguiamo su una strada sterrata attraverso questo paesaggio brullo. Piantiamo le tende lungo la discesa non lontano dalla strada; inizia a far freddo e decidiamo di accendere un fuoco. “Big fire, big attention” è il commento di Marco all’inaspettata visita che segue: due uomini tibetani, provenienti da un villaggio vicino e avvisati della nostra presenza da una delle rare macchine di passaggio. Sono in motocicletta e, a grandi gesti, ci spiegano che sono venuti semplicemente per assicurarsi che il fuoco venga spento.
Le reazioni delle persone al passaggio di uno straniero in bici aiutano a capire quanto una strada sia battuta. Sorrisi, saluti, inviti e curiosità sono ottimi segnali ed indicano un luogo remoto. E ora, in ogni villaggio o posto che attraversiamo, stiamo attirando davvero molta curiosità. Già ieri, durante la lunga salita, siamo stati invitati da un gruppo di donne – tutte con i tradizionali vestiti tibetani – per un tè e un pranzo, cucinato su un fuoco improvvisato a bordo strada. Tra sorrisi e risate per la novità di due stranieri in bici lungo questa stradina tranquilla, beviamo insieme il tradizionale tè tibetano: acqua calda e foglie di tè, miste a farina e burro di yak. Oggi invece, chiedendo dell’acqua in un villaggio lungo la strada, riceviamo un altro invito da parte di una famiglia: ci fanno sedere in una camera elegante e ci offrono tè e patate. Appesi al muro si vedono due poster, uno raffigurante il Dalai Lama e l’altro con la figura di Mao alla guida di un gruppo di soldati; ancora oggi mi sfugge il significato di queste due immagini nella stessa stanza.
Alla fine della discesa la strada diventa trafficata e il numero di villaggi aumenta. Troviamo una casa in costruzione ai bordi di un villaggio e chiediamo di poter dormire in una delle stanze non ancora completate. Il mattino successivo il cielo è pieno di nuvole che minacciano pioggia e le mie gambe iniziano ad essere stanche. Passiamo di fretta per la cittadina di Jiuzhaigou senza fermarci tra i suoi mercati, convinti di trovarci nuovamente in una zona densamente popolata. Siamo anche scesi sotto i 1500 m e commento spensierato che non so quando mi troverò di nuovo a 2000 m di altitudine. Ad un bivio però iniziamo a costeggiare un fiume e la strada sale leggermente. Faccio fatica a tenere il ritmo di Marco, la salita non accenna a smettere e i villaggi sono di nuovo molto distanti l’uno dall’altro. Contro ogni mia aspettativa in poco tempo ci troviamo ad un’altezza di 2000 m. Continuiamo a salire e pranziamo in un piccolo ristorante a bordo strada, senza però riuscire a chiedere informazioni sulla salita che ci aspetta. Dopo un po’ siamo costretti ad indossare di nuovo tutti i vestiti invernali che solo la sera precedente avevamo riposto in fondo alle borse, pensando che non ci sarebbero più serviti. Incrociamo un cantiere e cerchiamo di capire quanto manchi alla fine della salita: le persone sembrano essere molto divertite dalla nostra presenza e un uomo scrive su un foglietto che mancano ancora 15 chilometri alla cima, la quale si trova a 3300 m di altitudine. Ci fermiamo allora per la notte vicino ad un tornante lungo la salita, stremati ed infreddoliti, mentre inizia a cadere una leggera pioggia fredda che, solo pochi metri più in alto, è neve. Il mattino successivo riprendiamo a salire, accompagnati da eleganti macchine di cinesi che si stanno dirigendo al vicino Parco Nazionale di Jiuzhaigou e che spesso si fermano per farci delle foto.
La discesa è una sofferenza: la strada è sconnessa e piena di traffico, fa freddo e si rompe un altro raggio della ruota posteriore. Facciamo una sosta in uno spiazzo dove si trovano alcuni negozi. Alcune donne posano in vestiti tibetani tradizionali per i turisti di passaggio. Sto ancora tremando per il freddo quando una signora si avvicina e ci offre delle mele. Poco dopo il marito ci porta dei bicchierini di plastica contenenti della cioccolata calda, che beviamo accompagnandola con le noccioline che un negoziante nel frattempo ci ha offerto. Questi improvvisi ed inaspettati gesti di gentilezza mi sollevano il morale e ci fanno continuare la discesa con un ottimo umore.
Chengdu si trova a meno di 300 chilometri, che copriamo in 3 giorni. La strada è piatta e passa attraverso villaggi e campi coltivati che rendono difficile la ricerca di un posto tranquillo dove piantare la tenda. L’abbondanza di villaggi però significa che possiamo trovare facilmente cibo gustoso ed economico e ci fermiamo spesso a mangiare qualcosa. È durante una di queste pause per uno spuntino a bordo strada che incontriamo Ling, un ragazzo cinese che ci racconta di avere finito proprio la settimana scorsa un giro in bici di 3 anni tra Cina e Sud-Est Asia. Poche ore dopo questo incontro arriviamo a Chengdu, una città di 15 milioni di abitanti, che raggiungiamo durante l’ora di punta. Ci sono persone ovunque; le strade sono invase da auto, tricicli, motorini elettrici e biciclette. Un gruppo di ragazzi in mountain bike ci aiuta a trovare l’ostello e, seguendoli per queste strade trafficate, ho la sensazione di essere in un videogioco e di dover evitare tutti gli ostacoli.
Il mio visto cinese sta per scadere, quindi dopo qualche giorno di sosta prendo un treno che, in oltre 30 ore, mi porta ad Hong Kong, dove mi aspettano i miei genitori e dove cerco di ottenere un nuovo visto per continuare il mio viaggio in Cina.

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