9: Compagni di Viaggio

Quello che segue è il testo del nono capitolo del libro Pedalando verso Oriente, che è liberamente scaricabile.

Qui puoi scaricare la versione pdf di questo capitolo, con immagini.

Smontare le borse dalla bici, stendere il telo per la tenda e stare attento che gli angoli combacino quando la monto, aggiungere la protezione esterna e poi camminare in cerchio, chinandomi ad ogni angolo per piantare i paletti. Questi sono i gesti che ripeto ogni sera appena smetto di pedalare. Sono gesti noiosi, ripetitivi, ma provo sempre una sorta di entusiasmo nel compierli. Poi apro il materassino e il sacco a pelo, porto dentro le borse e accendo il fornelletto. Mi stendo con il mio pentolino di riso, della cioccolata e magari una tazza di tè e, mangiando, guardo le foto della giornata. Osservo la mappa – è una cosa che faccio ogni sera – segno a penna il tragitto della giornata e cerco qualche stradina interessante che sino ad ora mi è sfuggita per il giorno successivo. Scrivo qualche nota e leggo un libro, prima di mettermi a dormire. Sono serate silenziose e solitarie, in cui riesco ad apprezzare sino in fondo tutti i piccoli gesti.
Non mi sento solo durante queste notti in tenda, avvolto da un’aria fresca: sono qualcosa di così lontano dalla mia vita prima di partire che proprio non riescono a ricordarmela. Una biblioteca, un cinema o un bar sono invece richiami a tutto quello che mi sono temporaneamente lasciato alle spalle. Infatti la solitudine colpisce maggiormente durante momenti e situazioni familiari: una visita al quartiere universitario di Teheran o una serata con alcuni studenti a Diyarbakır, nel Kurdistan turco.
Non è una semplice voce umana che mi manca. Mi manca piuttosto il trovarmi in sintonia con qualcuno, quel rapporto di complicità che si viene a creare solo poche volte e con poche persone. Come durante le conversazioni avute con Guillaume, Sebastien, Zigor e Maria nelle acque termali di Jelondy o nell’homestay di Karakol, nel Pamir: lunghi ed oziosi pomeriggi passati a parlare del significato di un viaggio, delle proprie ambizioni o di quando arriva il momento di tornare a casa.
Questa sintonia la trovo spesso durante gli incontri con altri ciclisti. E quando questi incontri avvengono, il viaggio, con i suoi ritmi e la sua routine, cambia.

Qui puoi scaricare la versione pdf di questo capitolo, con immagini.

Guillaume
Lungo la trafficata strada che mi porta a Istanbul incontro Raz, una ragazza inglese che sta finendo un lungo viaggio a piedi iniziato un anno prima in Inghilterra. Mancano una cinquantina di chilometri al centro di Istanbul – qualche ora per me, più di un giorno di viaggio per lei. Ci fermiamo qualche minuto a bordo strada mangiando dei biscotti e ripromettendoci di vederci in città. Qualche giorno più tardi ci incontriamo di nuovo a Kadıköy, un quartiere nella parte asiatica della città, insieme a tre ragazzi francesi. Due di loro, Ben e Tleytmess, sono arrivati a piedi dalla Francia sino a qui e ora stanno per prendere un aereo per il Nord dell’India. Guillaume invece è arrivato sino a qui in bici, come me.
Alcuni mesi dopo questo incontro mi giungono notizie di Ben e Tleytmess: un mio ex compagno di scuola li ha incontrati in un rifugio in Nepal. Guillaume invece lo ritrovo per caso in Uzbekistan. Non l’avevo più sentito da Istanbul, dove si era fermato per qualche mese ad aspettare che finisse l’inverno. Poi aveva proseguito, passando anche lui per il Kurdistan e l’Iran. Aveva attraversato la valle di Howraman, pedalando lungo quelle stradine dalle pendenze improbabili qualche settimana dopo di me. Si è anche fermato diversi giorni a Tabas, la cittadina nel deserto iraniano dove ho dovuto riparare la bici, dove ha incontrato Ahmed, il meccanico che mi aveva aiutato. Ahmed gli ha mostrato una mia foto, dicendo che ero passato da meno di una settimana. A Mashhad ha dormito nel mio stesso ostello, poi ha attraversato il Turkmenistan in treno in soli tre giorni e ora finalmente ci incontriamo di nuovo, in una stradina polverosa e sconnessa del Sud dell’Uzbekistan, cinque mesi dopo il nostro primo ed unico incontro e dieci dopo la sua partenza dalla Francia. Anche lui è diretto in Tagikistan e proseguiamo insieme.
Sono pervaso da un’eccitazione quasi infantile quando si avvicina la sera: posso finalmente avere compagnia e non vedo l’ora di piantare la tenda e cucinare qualcosa con Guillaume. Ci prepariamo con calma, fermandoci diverse volte lungo la strada per comprare le uova per la colazione, poi le verdure per la cena ed infine la nostra birra serale. Quando sta per fare buio ci troviamo improvvisamente in una zona popolata e inizio a temere che non troveremo un posto dove piantare le tende e che dovremo ripiegare su un villaggio. Alla fine troviamo una casa abbandonata, non lontana dalle piantagioni di cotone: uomini e donne tornano a casa dopo una giornata nei campi e ci guardano mentre piantiamo le tende. È un posto completamente in vista, in cui non mi sarei mai fermato da solo, ma Guillaume dice che per lui va bene e mi fido del suo giudizio. La mia routine serale normalmente composta da una serie di gesti ben precisi ed ordinati è completamente stravolta. Anche la cena è diversa dal solito: la prepariamo insieme, seduti attorno ad una tovaglia improvvisata, illuminando il cibo con le nostre lampadine. Io preparo un’insalata – pomodori e cetrioli, la prima volta che mangio delle verdure fresche in tenda – mentre Guillaume accende il fornelletto e cucina del riso in una maniera un po’ diversa da come ho sempre fatto, in modo tale che resti una sottile crosta croccante sul fondo – lo chiama ‘il riso iraniano’ perché è lì che ha imparato questa ricetta. Fa caldo e restiamo a lungo stesi sotto un cielo stellato, bevendo la birra comprata poco prima, guardando le foto della giornata e parlando della strada che abbiamo da percorrere domani.
Il posto non è un granché: si vedono le luci di un villaggio vicino e si sentono rumori provenire dalla strada, ma è piacevole avere qualcuno con cui scambiare storie di viaggio. Raccontandolo, ripercorriamo il viaggio sino a qui: i Balcani attraversati con l’inverno oramai incombente, le salite dell’Est della Turchia, l’ospitalità in Iran e le sorprese che ci ha riservato l’Uzbekistan in questi ultimi giorni. Ma anche molti dettagli che solo un altro ciclista può capire, come i piccoli villaggi lungo la strada, i negozi di biciclette, le strade dissestate della valle di Howraman nel Kurdistan iraniano e i posti ideali per campeggiare.
Quando mi alzo il mattino dopo, Guillaume è già sveglio. Ognuno tira fuori dalle sue borse quello che ha e lo condivide per la colazione. È il mio turno di introdurre qualcosa di nuovo e propongo di cucinare dei fiocchi d’avena che mi sto portando dietro da qualche giorno. Un piccolo flusso di persone si dirige nei campi a lavorare mentre beviamo il caffè e smontiamo le tende. Guillaume sparecchia, mette via il fornelletto e lava le poche stoviglie che abbiamo; io filtro l’acqua, sperando che cinque litri bastino per entrambi. Le mattine successive sono simili: mi alzo sempre un po’ più tardi, sentendo Guillaume che inizia impaziente a smontare la sua tenda, facciamo colazione insieme e poi uno sparecchia e l’altro filtra l’acqua.
Quando poi finalmente ci mettiamo a pedalare Guillaume è più veloce ed ogni tanto si ferma ad aspettarmi, ma non abbiamo fretta. Mancano infatti pochi chilometri al confine tagiko ed il suo visto non è ancora valido: facciamo dunque lunghe soste per pranzo, durante le quali ci conosciamo un po’ meglio. Dopo una mattina di saliscendi in queste secche montagne uzbeke iniziamo una lunga e rigenerante discesa in un raro pezzo di strada asfaltata. Guillaume va come al solito avanti e alla fine della discesa trovo la sua bici parcheggiata vicino ad alcuni alberi e decidiamo di fermarci per pranzo. Guillaume tira fuori alcuni attrezzi da giocoleria e gioca con alcune clave. Mi racconta che prima di partire insegnava in una scuola di circo di Lione e che sperava di poter fare qualche piccolo spettacolo ogni tanto, ma in realtà non è ancora successo e gli strumenti da giocoliere sono rimasti inutilizzati in fondo alle borse.
In Tagikistan si aggiungono a noi Sebastien, un altro ragazzo francese, e Zigor e Maria, una coppia basco-spagnola. Formiamo così un piccolo convoglio di ciclisti attraverso le desertiche montagne del Pamir. Dopo mesi in viaggio da solo mi ritrovo ad avere una compagnia costante. Fa piacere viaggiare con altri, in particolare la sera, in cui si discute del posto migliore dove piantare la tenda, di cosa mangiare e si raccontano episodi passati e piani per il futuro. Ma non sempre riusciamo a conciliare le nostre abitudini; diversi mesi in viaggio da soli ci hanno reso anche particolarmente testardi. Col tempo questa costante vicinanza inizia a causare piccoli attriti e litigi. Siamo tutti costretti a modificare i nostri ritmi lenti e solitari, dobbiamo giungere a dei compromessi quando, sino a pochi giorni prima, potevamo fare quello che volevamo. L’ora della sveglia al mattino, la durata delle soste durante la giornata, i chilometri giornalieri da percorrere e persino la quantità di caffè da usare sono solo alcuni degli argomenti che causano questi litigi. Piccolezze, che unite alla stanchezza e al contatto costante si accumulano.
Chiunque abbia attraversato il Tagikistan in bicicletta sa che lungo l’autostrada del Pamir il cibo è un argomento delicato. L’altitudine, le notti fredde e le grandi salite rendono particolarmente affamati, ma la qualità del cibo che si trova è davvero bassa e siamo costretti a mangiare noodle, riso e poco altro. La fame aumenta l’aggressività e uno degli ultimi giorni provo un meschino sentimento di gioia quando Guillaume è costretto a buttar via il suo pranzo per via di una scatoletta di pesce andata a male, sperando che questo lo faccia pedalare un po’ più piano. Ma il giorno successivo sono contento di condividere con lui le deliziose verdure in scatola che mi porto dietro da oltre una settimana. Quando a Karakol rincontriamo Zigor e Maria entrambi notano ridendo che il nostro rapporto conflittuale non è cambiato di una virgola. Stavamo litigando per l’ennesima volta a causa della quantità di caffè da preparare: Guillaume voleva come sempre esagerare, mentre io avevo paura che finisse prima del nostro arrivo ad Osh. Ma poi quel caffè, bevuto insieme davanti all’homestay di uno sperduto villaggio pamiro, con il sole che stava per tramontare dietro le montagne e l’immancabile rumore del vento, è stato un bellissimo momento di condivisione.
Dopo oltre un mese dal mio incontro con Guillaume arriviamo tutti e cinque ad Osh – la seconda città del Kirghizistan – e da lì prendiamo strade diverse. Sebastien torna a casa in Francia, Zigor e Maria proseguono verso la Cina, mentre io e Guillaume ci fermiamo in città per una settimana prima di separarci. Lui è infatti diretto verso il Kazakistan, la Russia e la Mongolia, dove spera di arrivare prima dell’inverno.
Riparto da solo sapendo che la compagnia di Guillaume mi mancherà. Infatti nonostante i nostri continui battibecchi si è comunque creato un affiatamento speciale: abbiamo la stessa età, uno stile di viaggio molto simile e diversi argomenti in comune di cui parlare. Ma non è solo questo. C’erano una naturalezza ed una sincerità nel rapporto – e i continui litigi erano qualcosa che ne faceva parte – che non si trovano in chiunque, specialmente in qualcuno incontrato per caso lungo una strada polverosa del Sud dell’Uzbekistan. La sera, almeno prima che diventasse troppo freddo, era solitamente la parte più bella della giornata. Ci sedevamo fuori dalla tenda e guardavamo le foto scattate durante il giorno, mostrando con orgoglio quelle che ci piacevano di più. Era bello notare dettagli che ci erano sfuggiti o semplicemente ricordare qualche episodio avvenuto solo qualche ora prima. Ora invece torno a scorrere le foto da solo, cercando di godermi la mia ritrovata solitudine.

Sei gradi di separazione
Non ho più rincontrato Guillaume. Sarebbe potuto succedere in Sud-Est Asia, ma sono tornato a casa prima. Mi sono comunque giunte sue notizie attraverso Joris, che lo ha incrociato in una stradina cambogiana. Joris è un ciclista olandese che ho conosciuto a Mashhad, in Iran. Eravamo entrambi nello stesso ostello, un ostello da cui, in momenti diversi, sono passati anche Guillaume, Zigor, Maria e altri ciclisti che ho conosciuto successivamente. Con Joris ci siamo poi ritrovati a Bukhara, Samarcanda, Osh e Bishkek, dove abbiamo passato lunghe e pigre giornate nel giardino di un ostello a bere birra e giocare a scacchi.
L’ostello di Bishkek – il Nomad’s home – era un punto di ritrovo per molti ciclisti che, per svariati motivi, avevano bisogno di fermarsi per qualche tempo. C’era chi aspettava un visto cinese, chi dei pezzi di ricambio, altri ancora l’arrivo di un amico. Io facevo tutte e tre le cose assieme. La scusa principale dell’attesa a Bishkek era l’arrivo di Urs. Avevo anche fatto richiesta per il visto cinese: per averlo mi sono dovuto – per la prima volta in nove mesi – tagliare la barba e sono stato costretto a pagare un costoso servizio di agenzia. Poi mi sono fatto mandare un pacco dall’Europa con dei nuovi copertoni e tutti i vestiti invernali che tanto mi erano mancati nel Pamir. Tra una cosa e l’altra mi sono fermato quattro settimane al Nomad’s home e ho visto passare decine di ciclisti in viaggio da mesi, se non anni. Il cortile dell’ostello era occupato dalle nostre tende, mentre sotto una tettoia vicino all’entrata erano parcheggiate le nostre bici. Ogni sera arrivava qualche nuovo ciclista che entrando notava la presenza di qualche bici familiare: da questo dettaglio sapeva che avrebbe rivisto persone che aveva già incrociato lungo la strada.
Al Nomad’s home ho incontrato Boris, un ciclista sloveno che stava attraversando l’Asia in bici per la seconda volta e di cui avevo sentito parlare da Guillaume: avevano viaggiato insieme per una decina di giorni nel Kurdistan iracheno. Poi è arrivato Pol, dopo oltre 60 ore di treno per via di un guasto alla sua bici reclinata, che ho ritrovato il mese successivo in un ostello a Xining in Cina, dopo che entrambi avevamo attraversato il deserto del Taklamakan seguendo strade diverse.
Molti di noi avevano piantato la loro tenda nel giardino dell’ostello e dormivano lì. Al centro del giardino si trovava una yurta ed attorno ad essa c’erano tutte le nostre tende, piantate in maniera disordinata. In un angolo in fondo c’era il posto meno ambito di tutto l’ostello, di fronte all’entrata di una puzzolente struttura in legno che copriva un semplice buco nel terreno: il tradizionale bagno kirghiso. Era anche il posto dove il sole arrivava prima al mattino. Io mi ero messo nell’angolino opposto, in un piccolo spazio libero non lontano dalla spazzatura, ma che aveva il notevole vantaggio di restare all’ombra sino alle 11 di mattina.
Come le bici, anche le tende aiutavano a capire chi si trovava nell’ostello. Ogni tanto ne spuntavano di nuove, magari solo per una notte, altre invece rimanevano per settimane. Non sempre riuscivo ad associare il proprietario ad una tenda, altre volte invece scoprivo che qualcuno era tornato da un’escursione, proprio grazie alla sua inconfondibile tenda appena piantata. Antoine aveva comprato la sua tenda, insieme al resto del suo equipaggiamento e alla bici, in Thailandia. Era una tenda quadrata e piccolissima, in cui non riusciva nemmeno a stendere completamente le gambe da sdraiato. Lui era in viaggio da anni: partito dalla Francia e raggiunta l’Australia zaino in spalla, si era fermato qualche mese a lavorare. Aveva poi deciso di tornare via terra e, una volta in Thailandia, si era comprato una bici e aveva proseguito così. Stava tornando a casa in Francia e avrebbe pedalato attraverso molti dei paesi che avevo appena attraversato. L’ho ritrovato mesi dopo a Parigi, dopo che entrambi avevamo finito i nostri viaggi. Davanti ad una birra che costava quasi dieci volte tanto quella che bevevamo spensierati a Bishkek, ci siamo raccontati la conclusione dei nostri viaggi e poi abbiamo provato a ricostruire che fine avessero fatto tutte le persone che avevamo incontrato. Di molti non avevamo più notizie, altri si trovavano ancora in viaggio – Pol in Sud America, Joris nelle Filippine – altri ancora erano tornati e alcuni sembrava si trovassero anche loro a Parigi.
Ad un certo punto ho pensato di lasciare le comodità di Bishkek e la compagnia delle persone in ostello – due cose che ogni tanto sembravano più una trappola che un piacere – per fare una piccola gita a piedi tra le montagne, ma un misto di pigrizia e routine burocratica mi hanno convinto a restare. A una distanza di pochi minuti a piedi dall’ostello si trovava una pasticceria turca dove fare colazione e, poco più lontano, c’era l’Alamedin Bazar, un grande e colorato mercato dove andavo quasi ogni giorno a comprare qualcosa – lenticchie, formaggio e funghi secchi sono solo alcune delle cose che ho trovato e che mi hanno reso particolarmente felice. In questo bazar mi fermavo a mangiare degli ottimi Šašlyk – degli spiedini di carne arrostita – e a bere birra in un piccolo locale vicino all’entrata. Ogni sera andavo, insieme ad un piccolo gruppo di ciclisti affamati, in un ristorante nelle vicinanze dove venivano serviti dei deliziosi lagman, probabilmente i più buoni che abbia mangiato in Kirghizistan. La sera in cui io e Urs siamo tornati a Bishkek la prima cosa che abbiamo fatto, ancora prima di piantare la tenda o farci una doccia, è stata di dirigerci in questo ristorante e mangiare un piatto di lagman che pregustavamo da oltre una settimana.
Questo ristorante ci è stato consigliato da Selina e Will, una coppia partita dalla Svizzera e arrivata sino a Bishkek alternando alcuni tratti a piedi, come un trekking di diverse centinaia di chilometri in Turchia, ad altri in pullman e treno. Mentre facciamo colazione Will mi racconta, con una certa nostalgia, di quando hanno attraversato l’Iran, dove hanno conosciuto Alex e Kay, una coppia di ciclisti australiani in tandem. Quell’incontro li ha spinti a proseguire il viaggio in bici, cosa che inizieranno a fare nei prossimi giorni. Hanno appena comprato due biciclette e aspettano proprio Alex e Kay, che dovrebbero arrivare qui tra qualche giorno, per pedalare tutti e quattro insieme.
Rivedo Selina e Will a Kunming, una città di diversi milioni di abitanti nel Sud della Cina, distante migliaia di chilometri da Bishkek. Sono seduto in uno dei bar per espatriati quando vedo avvicinarsi un ragazzo con una giacca rossa ed un sorrisone. All’inizio non lo riconosco, ma dopo qualche istante di smarrimento capisco che è Will e dietro di lui intravedo Selina. Sono passati diversi mesi da quando ci siamo salutati a Bishkek ed abbiamo seguito percorsi simili. Abbiamo entrambi passato la settimana precedente a pedalare in quella che abbiamo ribattezzato come la ‘hello valley’, una strada tra le montagne che passa attraverso villaggi abitati dagli Yi, una delle tante minoranze etniche cinesi. Al nostro passaggio, ogni abitante salutava con un ‘hello’. Selina e Will mi raccontano dei loro primi mesi in bici e delle persone che hanno incontrato lungo la strada. Io sono costretto a restare a Kunming per un paio di settimane per rinnovare il visto e sono contento di averli incontrati. Ho anche deciso da poco di finire il viaggio e ho appena comprato il biglietto per tornare in Europa. Condivido con loro la stanchezza mentale che ho accumulato durante le ultime settimane e sono sorpreso di sentire che anche loro provano sentimenti simili da qualche tempo. Sembra essere una sorta di crisi che colpisce il viaggiatore a lungo termine. Passiamo insieme una settimana a Kunming, prendendo parte alla vita della piccola comunità occidentale presente in città – qualcosa che dovrebbe far capire che il viaggio è davvero finito – prima di separarci nuovamente; io diretto verso il mare in Vietnam e poi a casa, loro verso il Laos, il resto del Sud-Est Asia e infine l’Australia.
Poco prima di partire definitivamente da Bishkek, mentre cerco di far entrare nelle borse tutto il cibo che ho comprato all’Alamedin bazar, arrivano due ciclisti francesi. Parlano un po’ con Pol ed è chiaro che si sono già incontrati da qualche parte. Appena sentono che sono italiano e che sto viaggiando in bicicletta mi chiedono immediatamente se mi chiamo Francesco e se per caso ho viaggiato con Guillaume in Tagikistan. Sono Anne e Guillain, una coppia francese “famosa” per il loro stile di viaggio estremamente lento, di cui avevo sentito parlare per la prima volta ad Istanbul da Raz, ma che non avevo mai incontrato di persona. Quest’ultimo episodio mi fa ripensare alle parole di Emily Chappel, una ragazza inglese che lavora come bike messenger a Londra e che, avendo anche lei attraversato l’Asia in bicicletta, conosce perfettamente questo tipo di incontri e di dinamiche: “… But as it turns out, there is a similar community of long-distance cyclists, spread out across thousands of miles, occasionally crossing paths, and always discovering they’re already connected by far fewer than six degrees of separation…” [“…Sembra esserci una simile comunità di viaggiatori in bicicletta sparsa lungo migliaia di chilometri, che si incrocia di tanto in tanto e che scopre continuamente che sono tutti connessi da ben meno di sei gradi di separazione…”]

Capodanni
Il mio primo giorno in Turchia – era la sera di Capodanno – dopo aver cercato invano un posto dove mettere la tenda per oltre un’ora, decido di avviarmi verso il villaggio di Keşan sperando in una miglior fortuna, quando sento qualcuno chiamarmi insistentemente dall’altro lato della strada e, girandomi, vedo un ciclista che mi sta indicando a gran gesti di fermarmi. È Ian, un sudafricano in pensione che ha venduto tutto e si è messo a viaggiare per il mondo in bici; dopo Australia e Africa questo è l’anno dell’Asia. Dice di aver trovato un posto dove mettere la tenda non lontano, in quella che sembra essere una caserma militare ormai abbandonata. Lo seguo e, dopo una piccola discussione sul luogo più riparato dal vento, piantiamo le tende e accendiamo i nostri fornelletti per preparare la cena. È così che festeggio il mio primo Capodanno per strada: chiacchierando e bevendo birra con un ciclista sudafricano incontrato casualmente solo poche ore prima. La mattina successiva, con la stessa naturalezza con la quale ci siamo incontrati e abbiamo deciso di campeggiare assieme, ci separiamo, lui diretto verso Sud, io verso Est.
Esattamente un anno dopo sono ancora per strada. Sono appena arrivato al mare e sono i miei ultimi giorni di viaggio. Decido di passare un’ultima notte in tenda a Quan Lan, una piccola isola nel Nord del Vietnam. Pochi minuti dopo essere sbarcato vedo due biciclette con le inconfondibili borse da cicloturista. Rido della coincidenza e penso che anche questo Capodanno non sarò solo. I proprietari delle bici sono Kevin e Bea, lui australiano, lei spagnola, e decidiamo di fare un giro dell’isola insieme. Compriamo qualcosa per la cena in uno dei pochi negozi aperti e ci mettiamo alla ricerca di una spiaggia dove passare il resto della giornata e la sera di Capodanno. Ne troviamo una abbastanza grande dietro una collinetta; c’è una barca semi-abbandonata, ma per il resto è tutta per noi. Ci godiamo l’ultimo sole, faccio un bagno per festeggiare la fine del viaggio e poi ci mettiamo a raccogliere della legna per un grande fuoco serale. Bea e Kevin hanno appena iniziato a viaggiare in bicicletta e sono curiosi di sentire le mie storie, in particolare vogliono essere rassicurati riguardo all’idea di fare campeggio libero. Cuciniamo vongole, cozze e funghi, accompagnate da birra e una scadente vodka vietnamita, prima di addormentarci senza nemmeno piantare la tenda.
E così anche il mio secondo Capodanno è stato festeggiato in compagnia di alcuni ciclisti conosciuti per caso solo poche ore prima. Non più in una caserma turca abbandonata, ma in una spiaggia in un’isola nel Nord del Vietnam. È stato il modo migliore di trascorrere la mia ultima notte di campeggio libero del viaggio: una bellissima serata in compagnia, in riva a quell’oceano che ho inseguito per mesi.

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